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Orario Invernale
I saluti e i ringraziamenti
Io prendo responsabilità in mezzo a voi, ma molti prima di me hanno dato vita a Pax Christi negli anni; vi sono nomi noti e si tratta dei vescovi presidenti: Mons. Bettazzi, Mons. Tonino Bello, Mons. Bona, Mons. Valentinetti. Vi sono poi molte altre persone che, sul territorio o nelle responsabilità centrali, hanno dato il loro impegno, con gesti, con presenza, con collaborazioni. Tutti si sentano ricordati e tutti di cuore ringrazio mentre inizio la mia attività nell’Assemblea Nazionale..
La nomina recente e assegnata nel momento in cui il nuovo Consiglio Nazionale poneva i primi passi, mi consente il vantaggio di dirvi: ci conosceremo cammin facendo. Ciò che mi è sufficiente dire ora è
anzitutto la mia piena disponibilità ad ascoltare e a collaborare nella costruzione del movimento, per quanto mi è dato di capire e di avere competenze.
Inoltre il mio entusiasmo per questo servizio che mi è stato chiesto dalla Chiesa che è in Italia. La sensibilità di PX, le tematiche che il nostro gruppo rende presente a livello sociale ed ecclesiale, sono aspetti che mi appaiono essenziali per una buona vita di Chiesa, e per questo sono grato al Signore di poter camminare con voi.
Non mi nascondo che portare il nome e l’eredità di PX ci impegna ad una responsabilità nei confronti della pace, intesa come dono e come segno. Sosteniamo dunque insieme la fatica di rendere presente, almeno nei segni, questo inestimabile dono di Dio agli uomini, questo preciso impegno che nasce dalla nostra fede cristiana.
1. Le dimensioni della pace e le sue radici.
Negli appunti di una conferenza tenuta nella primavera del 1991, intitolata “Dopo la tragedia del Golfo”, don Tonino Bello parla della sua sofferenza per ciò che gli appare come una sconfitta della non violenza e si esprime così: Pensavo che certe idee fossero state metabolizzate dalla coscienza pubblica, ed ecco che le forze del male rilegittimano la guerra che sembrava espulsa dalla storia come strumento per far politica… Ma la guerra del Golfo, con la sua retorica bellicista, ha messo in luce l’esatto contrario. Io credo che l’ostacolo più grosso alla nonviolenza sia costituito dalla caduta del marchio che garantiva l’origine controllata del suo prodotto. Che è l’origine evangelica.
Con il suo tipico genere comunicativo, attraverso immagini e metafore, egli, in quel momento difficile del passaggio tra la crisi del Golfo e la tragedia dell’arrivo degli albanesi sulle coste della Puglia, traccia una sorta di bilancio che anche oggi ci stimola e ci illumina. Anche oggi come allora noi siamo interpellati da una domanda che sorge dal cuore: come vivere oggi la promessa di pace che sta al centro del Vangelo?
Ho citato una frase di don Tonino formulata in quel preciso momento della sua vita in cui stava per verificarsi la crisi dell’ingresso in massa degli albanesi in Italia. In quella circostanza, come ricordano i meno giovani, ci furono reazioni e comportamenti di contrasto all’emergenza, segnati dal pressapochismo e dalla mancanza di rispetto per le persone. Mi è sembrato utile ritornare a quei giorni perché il nostro incontro di oggi propone come oggetto di riflessione proprio il comportamento della gente e delle istituzioni - anche politiche - nei confronti del pluralismo culturale e delle persone appartenenti ad altre etnie e fedi.
Pax Christi dunque, che di solito si pone su orizzonti internazionali e di conflitti aperti, vuole in questa sua tappa soffermarsi sui possibili germi di conflitto e di contrasto che si annidano nelle nostre comunità civili e religiose. Abbandoniamo per questa ragione il consueto attento vigilare sul tema del conflitto, sul tema delle armi, sul tema dei diritti negati? No; ci è parso importante prendere insieme coscienza che il cammino verso la pace deve misurarsi anche con una situazione italiana nella quale la nuova parola d’ordine ‘sicurezza’ sembra far dimenticare ogni pratica di incontro, di confronto, di dialogo, dunque ogni dimensione della vita rivolta a costruire la pace.
Il traguardo che un movimento come Pax Christi si pone non è tanto o solo la pur doverosa disapprovazione di iniziative o leggi discriminatorie, quanto piuttosto una educazione cristiana e sociale che faccia crescere una mentalità di accoglienza, di rispetto, di reciproca stima.
a) Credere al Dio che si rivela nella storia.
Il punto di partenza che muove la nostra attività, e anche la mia riflessione con voi, è la dimensione evangelica della pace. Per noi credenti la parola ‘pace’ è descrizione di una condizione di vita anzitutto personale e poi sociale. La pace è annuncio del Cristo risorto ed è promessa che il credente porta in ogni casa che visita (Luca 10,5-6).
La nostra fede nel futuro della pace, come dono e responsabilità, non è un sogno bello ma sempre inconsistente, una buona ma vaga utopia. Per noi la pace deve trovare segni concreti, è esperienza che va seminata nelle pieghe della storia quotidiana, infatti noi crediamo nel Dio della storia, nel Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe, come ha voluto farsi chiamare per identificare se stesso e affermare che la sua opera si realizza nella storia concreta degli uomini; allo stesso modo crediamo nel Dio che si è fatto conoscere come il Dio della Pace. Così lo chiama Paolo di Tarso (Filippesi 4,9) e per questa ragione noi siamo impegnati con il Dio di Gesù Cristo a porre i segni della pace nella vicenda quotidiana delle persone e delle comunità.
b) La dimensione ecclesiale della pace: una comunità riconciliata.
Noi sappiamo che la Chiesa possiede il Cristo, ma non ne esaurisce la presenza nel mondo; essa non è il Regno di Dio ma del Regno è solo il germe, il segno presente nella storia. Nella Chiesa continua, in ogni ora e in ogni angolo della terra, il racconto straordinario del dialogo di Dio con l’uomo. La storia vera della Chiesa rende visibili e incontrabili i segni della pace, per la quale il Figlio di Dio ha dato la vita e che ci è stata recata nel Dono dello Spirito santo, il mattino della Pasqua.
Parlavo della vera storia della Chiesa perché le caratteristiche descritte dalle beatitudini sono presenti nella comunità cristiana; chiunque di noi sa che attraverso la vita di cristiani conosciuti o anonimi, il Regno e le sue caratteristiche, tra le quali la pace, si manifestano nella concretezza di un perdono concesso, di una generosità verso chi ha fatto soffrire, di pazienti dialoghi aperti all’incontro e alla collaborazione.
Nella Chiesa infatti, in grazia dello Spirito del Figlio, i credenti imparano a servire e non a dominare, e nella scuola del reciproco servizio le persone apprendono e fanno esperienza del vivere in pace con se stesse, con gli altri, con lo straniero e naturalmente con Dio. Si tratta di un apprendistato che avviene attraverso il dono dell’amore reciproco, un amore che si attua nel servizio. Così si vive l’attenzione e il rispetto per ciascuno, si vive imparando dal Vangelo di Gesù, nutrendoci dell’Eucaristia e rinnovando la vita a partire dal perdono donato e ricevuto.
c) La dimensione culturale e politica della pace.
La promozione della pace assicura in certo modo la costruzione di una società al cui interno si superano i rapporti di forza e si sviluppano rapporti di collaborazione in vista del bene comune.
1. Intendo ora richiamare nove principi che costituiscono un indice di problemi. Occorre tenerli presenti perché la costruzione della pace abbia inizio e sostegno nel tessuto stesso del vivere sociale..
Ne enuncio nove; il decimo può essere cercato da ciascuno di voi!
La pace è un traguardo e un obiettivo, mai una condizione data e compiutamente acquisita. Essa è semmai un processo intessuto di incontri, confronti, conflitti. Questo ci suggeriscono il realismo cristiano e l’esperienza storica. L’ingenuo, illuministico ottimismo progressista per il quale la pace è frutto dello sviluppo della cultura o della scienza, non è un buon consigliere.
La pace ha un prezzo, non è mai gratis, esige sempre che ci si interroghi, come singoli e come comunità, su quale sia il prezzo che siamo disposti a pagare per il suo conseguimento, su quale sia l’entità del nostro contributo e del nostro sacrificio.
La giustizia è condizione per la pace (“opus justitiae pax”): non si dà pace laddove sono conculcati i diritti fondamentali delle persone, delle comunità, dei popoli, laddove non sia dato a tutti e a ciascuno ciò che gli è dovuto.
Occorre perseguire la legalità per operare per la pace; nel mondo storico che ci è dato di vivere, solo le regole sulle quali si regge una comunità possono scongiurare la prevaricazione dei forti e dunque la legge della giungla. La cultura della legalità e il senso-valore delle leggi sono parte integrante di una matura coscienza di pace.
Promoviamo la tensione all’uguaglianza sostanziale. La retorica del merito e della competizione hanno oscurato l’impegno egualitario, anche in quei settori politici e di opinione un tempo sensibili ad esso. Al più ci si propone l’obiettivo dell’uguaglianza dei punti di partenza. E chi non ce la fa? Come si può confidare nella pace sociale quando larghe masse di diseredati non hanno di che vivere alla periferia del mondo e ora anche alla periferia delle nostre città?
Occorre considerare la democrazia come regime politico più congeniale alla pace. Di più: la democrazia si fonda proprio sul proposito di sostituire lo scontro per il potere con la competizione per il governo. Una competizione che nasce dal confronto razionalizzato, disciplinato da procedure e regole (a cominciare da quella della maggioranza) concordate proprio al fine di scongiurare lo scontro cruento e la guerra.
Attenzione alla coerenza nel rapporto tra mezzi e fine che noi poniamo all’azione politica: il bene comune della pace. Non si può consentire alla tesi secondo la quale la pace può essere conseguita con ogni mezzo. Intanto è assai dubbio che si tratti di pace. Più facilmente si tratta di forzosa compressione del conflitto. Si è detto della democrazia come regime più conforme alla pace, ma abbiamo imparato che essa non può essere esportata sulle ali della guerra. Un mezzo che manifestamente contraddice il fine.
Ci sono le istituzioni della pace. Soprattutto le istituzioni sovranazionali. Pur con tutti i loro limiti esse sono uno strumento prezioso quando concorrono a un “governo del mondo” ispirato al bene comune universale, quando evocano il superamento del dogma della sovranità (e della volontà di potenza) degli Stati nazionali, quando concorrono a disegnare un mondo multipolare. Qui si misura la lungimiranza dei padri costituenti e dell’art. 11 della Costituzione, con il suo perentorio rifiuto della guerra e, contestualmente, l’impegno a cedere quote della nostra sovranità nazionale alle organizzazioni internazionali che mirano alla sicurezza e alla pace.
La pace è da ripristinare o da mantenere. Dobbiamo condurre avanti la riflessione cristiana sul tema dell’ “ingerenza umanitaria”. Vigilando su chi ne dà un’interpretazione estensiva e impropria, quasi che essa autorizzi forme più o meno mascherate di imperialismo o di nuovo colonialismo, ma anche affinando i criteri, le procedure e i limiti degli interventi legittimi e talvolta doverosi della comunità internazionale, tesi a disarmare l’ingiusto aggressore e a porre efficace rimedio ai genocidi.
La cifra della paura: il sottile veleno immesso nella vita civile.
Tra le molteplici chiavi di lettura del nostro tempo, della cultura e della società ai fini della riflessione sulla pace, quello della paura è tra i più appropriati. Una cifra sintetica, quella della paura, che può essere declinata in varie direzioni e che si manifesta in vario modo: paura del futuro avvertito come cupo e minaccioso, anziché come orizzonte di speranza; paura di essere privati della sicurezza e del relativo benessere acquisiti; paura del diverso, che oggi assume soprattutto il volto dell’immigrato.
La paura alimenta non già l’amicizia civile, ma il suo contrario: il circolo vizioso amico-nemico. La paura non nutre il dialogo, ma l’arroccamento identitario. E’ il timore indistinto e generico che spesso si avvale del ricorso strumentale alla religione - e specificamente alla tradizione cattolica come fattore di separazione e opposizione. L’insicurezza ispira non politiche di coesione e di integrazione sociale, ma politiche di esclusione che pagano politicamente ed elettoralmente. Vi sono forze politiche che operano come veri e propri “imprenditori della paura”, che su di essa investono e realizzano grandi profitti.
2. Le condizioni culturali e politiche nelle quali oggi viviamo. Difficoltà e risorse rispetto ad
una società riconciliata e che cerca la pace.
Nel costruire la città vi è di più che non la semplice volontà dei cittadini che cercano il vantaggio della collaborazione, anche se… Con la benedizione degli uomini retti si innalza una città, come afferma un bel detto del Siracide. Dunque occorre la decisione di tutti o almeno della maggioranza perché si instauri un buon governo; e il consenso non basta perché una città possa crescere e svilupparsi, tanto che lo stesso autore biblico afferma… una città prospera per il senno dei capi... (Siracide 10,3).
Determinante è un valore presente nella vita dei cittadini, ed è l’amicizia verso la città nel suo insieme. Questa affermazione non sembri un poco ingenua, magari frutto del ‘buonismo’ talvolta attributo ai cattolici. In realtà questa intuizione viene da lontano. «Già Platone stabiliva un’equivalenza tra l’amicizia e la concordia che fa prosperare la città. E Aristotele osa affermare che “il punto più alto della giustizia sembra appartenere alla natura dell’amicizia” (Etica a Nicomaco, VIII,1.1155a), descrivendo l’amicizia come quel bene senza del quale “nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni” (ib. VIII, 1155a, 1-6); egli dà a questo bene un significato politico, affermando che tutte “le comunità sono manifestamente parti di quella politica e le specie singole di amicizia corrispondono alle specie particolari di comunità” (ib. 1160a 27 ss)» (C.M. Martini, Il Padre di tutti, pag. 276, ed. Edb).
L’amicizia politica infatti non è solo una virtù diremmo così “privata”, ma descrive la tendenza degli uomini ad accogliere coloro che sono più vicini, traducendo in concreto l’amore umano contenuto nel più universale principio “non fare all’altro ciò che non vuoi sia fatto a te”. Tuttavia parliamo dell’amicizia verso la città perché vogliamo distinguere l’amicizia politica dal legame viscerale di razza o di stirpe. Anch’esso sta alla base dell’amicizia, ma l’amicizia verso la città è la forma più matura e piena di quella radice profonda e in certo senso primitiva che è il legame di sangue.
Una seconda dimensione dell’amicizia verso la città è la scelta di coltivare relazioni tra le persone. E’ ovvio che in una città vi sono ceti, professioni, interessi di lavoro o interessi politici che suddividono la società. Oggi poi vi sono anche etnie varie e religioni diverse. E’ importante che la differenza non generi stratificazioni fra i cittadini, gruppi senza comunicazione. E’ impegno di tutti coloro che vogliono avere amicizia per la città saper attraversare gli invisibili confini del proprio gruppo di appartenenza e coltivare in sé la volontà di incontro con l’altro. Desideriamo tutti, per il dono della sapienza di Dio o per la saggezza guadagnata dalla propria esperienza, di sviluppare linguaggi capaci di attuare un confronto continuo, un dialogo rinnovato che ha magari anche luoghi deputati per realizzarsi, ma che soprattutto sia esercitato da ciascuno. Ci viene spesso ripetuto in questi anni che per lo sviluppo di una società occorre creare occasione di comunicazione tra il lavoro e la ricerca, i luoghi della sofferenza e del tempo libero, le carceri e la società ordinaria, i luoghi della cultura e la gente comune. Se ciascuno fa la sua parte, si costruisce un tessuto più omogeneo nella città.
Per camminare nella direzione di una rinnovata amicizia nei confronti della città, occorre imparare ogni giorno a rinnovare in noi stessi le buone ragioni di una convivenza sociale. Essa si nutre anche di un auspicabile senso di appartenenza che fa amare il luogo in cui viviamo, lavoriamo, studiamo. Questo modo di guardare alla città richiede la capacità di riconoscere i fini e i valori del convivere in una città e comporta la scelta di non avere preconcetti nei confronti dell’altro. Si tratta di educare in noi un pregiudizio positivo a proposito di ogni altro cittadino, persuasi che uno stimolo buono, adatto a favorire la crescita di ogni persona e a far maturare uno stile di cittadinanza affidabile, stia proprio nella stima che il singolo avverte e sperimenta da parte degli altri.
Si tratta, per avere amicizia per la città, di attuare uno sforzo condiviso di intelligenza e comprensione comune. Ciò è possibile se vi è volontà di dialogo e non di contrapposizione. Occorre costruire sempre dei consensi, trovare luoghi di incontro, favorire momenti di confronto. Ci è molto utile una dose di sapiente pragmatismo che aiuti a scegliere ciò che in concreto è più utile alla vita di tutti.
Le scelte di attenzione all’altro, di riflessione e di dialogo si rivelano oggi particolarmente importanti per quanto riguarda la conquista di un consenso sociale nel rapporto tra noi italiani e gli immigrati. La prima chiarezza che è utile avere e condividere ha a che fare con l’idea e l’esperienza della ospitalità. Ospitare infatti è sempre una scelta, anche se ci si trova di fronte al fatto che uno arrivi in casa tua. Diamo voce ad un antico vescovo di Milano che insegna: “scegliersi l’ospite è un avvilire l’ospitalità” (S.Ambrogio). Vi sono casi in cui si sceglie la persona da accogliere, ma realizza più pienamente la dimensione dell’ospitalità colui che si trova nella condizione di vivere l’ospitalità perché ha scelto di porsi con libertà e con fraternità di fronte al fatto che si trova in casa sua un ospite.
Questa è oggi la nostra condizione, infatti giungono presso di noi persone che vengono dall’estero, talvolta non invitate, talaltra richieste da necessità sociali che domandano lavoratori da altre nazioni e culture. Come la storia insegna, quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, ma sono i poveri ad andare dove è il pane. E’ questa umanissima legge di sopravvivenza che occorre riconoscere e davanti alla quale stare, attrezzandoci a difendere la nostra come l’altrui dignità.
Siamo anche persuasi che nella città si vive l’inclusione; nella storia dell’uomo questa è appunto la caratteristica tipica della forma cittadina di vivere, perché i nuovi venuti decidono di abitare nella città per scambiare beni e addurre servizi richiesti. Il punto di riferimento in sede civile di una popolazione che si incontra ed ha caratteristiche diverse, adatte allo scambio, è la costruzione della concordia; con essa ci si prende cura di realizzare un programma comune con tutti e non solo con i propri simili.
Come avviene per ogni altra forma di ospitalità, si tratta di vivere una accettazione che non sia subita da parte dell’ospitante, ma al contrario sia capace di riconoscere le diversità tra noi e l’ospite e di attrezzarsi al reciproco confronto per avviare un comune aiuto e una crescita nella maturità umana. Certo un atteggiamento di questo tipo suppone che coloro che ricevono siano forti della propria identità. L’ospitalità non può essere dissennata, cioè priva di attenzione per le persone e la loro situazione di vita. La dimensione della accoglienza va compresa e va messo pure in conto che non è spontaneo riconoscere gli aspetti positivi delle nuove presenze, come le risorse culturali e religiose di cui esse sono portatrici. E’ anzi immediato l’insorgere di un istintivo senso di estraneità rispetto a chi è straniero. Ma un fondamento di autentica umanità ci aiuta a riconoscere che ogni uomo è portatore di quella dignità che io pure sento di avere ed è giusto rispondere alle esigenze che anch’io desidero colmare, perché in caso contrario risulta compromesso il rispetto stesso che nutro per la mia umanità oltre che per la vita dell’altro.
3. Le attenzioni di Pax Christi.
E’ necessario proporre sempre da capo il tema della pace promessa da Cristo, secondo la rilettura che Egli a Nazaret dà della parola del profeta Isaia: “Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Luca 4,16-21).
Il Signore Gesù presenta, in questo modo, la sua vita come aperta a un compito che va al di là di Lui stesso, Egli presenta un progetto il cui centro non è Lui, pur essendo egli il Signore. E un tale modo di affrontare il problema della pace diventa prassi di vita per ciascuno di noi: la nostra passione sia la pace come dono di Dio, come speranza per l’uomo; la ricerca della pace non è il centrare su noi stessi o su strategie di alleanze l’azione del gruppo o del movimento.
Ancora, secondo la descrizione fornita dal profeta Isaia, la vita di colui che porta la pace è chiamata a quattro scelte fondamentali, che illustrano bene il senso della dedizione personale all’annuncio:
portare il vangelo ai poveri,
fasciare i cuori spezzati,
proclamare la libertà per gli schiavi, la scarcerazione ai prigionieri,
promulgare l’anno di misericordia del Signore.
La pace dunque è testimoniata dal dono di sé.
Nella seconda parte del testo del profeta Isaia (61,2c-3): … per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell'abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto”, si parla di una vita fatta per
consolare,
allietare,
dare una corona invece di cenere, olio di letizia invece dell’abito di lutto, canto di lode invece di un cuore mesto.
Sono tre per che qualificano una vita per la gioia e il conforto degli altri. Il punto di interesse è l’uomo, il fratello.
Ci chiediamo quale nuova coscienza di sé, quali nuovi criteri di comprensione generi nel credente questa vita indirizzata a e vissuta per. Leggiamo la risposta nella seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 4,1-2): questa vita genera una coscienza libera dalla paura e dai compromessi, proprio perché non si tratta più della propria realizzazione personale: Non ci perdiamo d’animo; ci presentiamo con umiltà e semplicità davanti a tutti. Infatti non si tratta di noi, non predichiamo noi stessi: Noi non siamo che vostri servitori per amore di Gesù!
Non è la nostra causa ma la causa di Cristo, la causa del Regno. Siamo liberi da ogni preoccupazione di successo o insuccesso personale, perché il problema è il suo e noi siamo servitori per voi.
Tre conseguenze dalla breve lectio che vi ho proposto:
a) il lavoro, per essere persone di pace, è da compiere su se stessi; è impegno spirituale di chiarezza su noi stessi, di trasparenza da realizzare a proposito delle nostre attese, delle nostre emozioni, delle mete che diamo alla nostra vita. Chiediamo a noi stessi una vigilanza quotidiana e critica a proposito della nostra trasparenza alla luce del Vangelo.
b) attenzione alla comunità cristiana come luogo nel quale inizia l’educazione ad ogni atteggiamento di riconciliazione e di pace. Nella Chiesa infatti è oggi posto dal Signore l’inizio del Regno e nei segni sacramentali noi incontriamo le forze necessarie per divenire testimoni della pace di Cristo.
c) attenzione alla comunità civile: siamo chiamati a incontrare quanti operano per la riconciliazione e la pace. Anzitutto occorre confrontarci con avvertenza critica e con strumenti di conoscenza adatti, con quanti non leggono la realtà in termini di realismo e di futuro, e si accontentano di un presente falso e ingannatore nel quale la guerra sarebbe strumento di pace. E’ più produttiva la pace o la guerra, il confronto o lo scontro, la mitezza o la violenza? In questo campo, come in tutti gli aspetti centrali della vita, non c’è via di mezzo.
Poi imparare a camminare con chi opera per la pace e non ha la nostra ispirazione di fede.
Conclusioni. Piste di lavoro che mi stanno a cuore.
a) E’ per noi indispensabile la proposta spirituale che fonda l’esperienza della pace. Ciascuno ne ritrovi le fonti e rinnovi la propria disponibilità a camminare per le strade della preghiera, della riflessione e così trovi sulla Parola e sulla teologia la forza di operare il dono di sé agli altri.
b) Ci sono necessari itinerari educativi che conducano a riconoscere la fecondità della proposta della pace. Come prima richiesta di questo incontro tra me e voi, vorrei porre proprio la questione della formazione. Vorrei sognare con voi che sia possibile, dopo opportuna preparazione, vivere una convenzione dei formatori, un patto tra animatori che ci consenta di raccogliere tradizioni ed esperienze di PX Italia e Internazionale, per riflettere sulla formazione alla pace e alla non violenza. Proponiamoci di dare concretezza ad un itinerario educativo che conduca ciascuno di noi, e quanti ci vorranno accompagnare, ad imparare realmente quali sono gli atteggiamenti, le scelte personali, i punti di riferimento sociale, i valori ecclesiali che costruiscono un popolo della pace.
Questo primo passo sarà premessa necessaria per un secondo passo: promuovere la stesura di sussidiazioni adatte a comunità giovanili e a scuole, soprattutto elementari e medie, che facciano crescere coscienze sensibili al tema della pace e facciano sperimentare pratiche di dialogo, di collaborazione, di confronto.
c) Consideriamo importante che vi sia una presenza di PX e dei suoi aderenti nella comunità cristiana; la strada può essere lunga e chiedere pazienza, ma è indispensabile che nelle parrocchie e nelle diocesi vi sia un concreto impegno per la pace. In particolare chiedo la tenacia di sostenere la vivacità, o la costituzione, delle Commissioni Justitia et Pax, nelle parrocchie e nelle diocesi; esse trovano un modello possibile in quanto fu proposto su questo tema da Paolo VI ed è attualmente presente presso la Santa Sede.
d) Confronto con le esperienze culturali e politiche attente alla pace. Vi è da coltivare una dimensione di testimonianza nei confronti di chi condivide con noi l’impegno per la pace e non ha il dono della fede.
e) Punto di partenza è la maggiore connessione tra di noi. Vivremo già oggi pomeriggio un incontro importante, riflettendo insieme sulle macro-aree. Occorre anche un pensare insieme, favorito dal foglio di collegamento e dalla bella rivista Mosaico di Pace. Indispensabile è la vivacità e la responsabile azione dei Punti Pace, in riferimento a Pax Christi nazionale.
Siamo persuasi che la beatitudine promessa dal Signore ai cercatori di pace è la grande meta a cui siamo chiamati, e che ci è dato conseguirla già ora almeno come umili cercatori dei segni della giustizia, della verità, della dignità di ogni persona.