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Orario Invernale
SANTA MESSA CON SACERDOTI, RELIGIOSI, RELIGIOSE, DIACONI, CATECHISTI ED ESPONENTI DI MOVIMENTI ECCLESIALI DI CIPRO. Chiesa parrocchiale latina della Santa Croce - Nicosia
Sabato, 5 giugno 2010.
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
il Figlio dell'Uomo deve essere innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna (cfr Gv 3,14-15). In questa Messa votiva adoriamo e lodiamo il nostro Signore Gesù Cristo, poiché con la sua Santa Croce ha redento il mondo. Con la sua morte e risurrezione ha spalancato le porte del Cielo e ci ha preparato un posto, affinché a noi, suoi seguaci, venga donato di partecipare alla sua gloria.
Nella gioia della vittoria redentrice di Cristo, saluto tutti voi riuniti nella chiesa della Santa Croce e vi ringrazio per la vostra presenza. Apprezzo molto il calore con il quale mi avete accolto. Sono particolarmente grato a Sua Beatitudine il Patriarca latino di Gerusalemme per le sue parole di benvenuto all'inizio della Messa, e per la presenza del Padre Custode di Terra Santa. Qui a Cipro, terra che fu il primo porto di approdo dei viaggi missionari di san Paolo attraverso il Mediterraneo, giungo oggi fra voi, sulle orme di quel grande Apostolo, per rinsaldarvi nella vostra fede cristiana e per predicare il Vangelo che offre vita e speranza al mondo.
Il centro della celebrazione odierna è la Croce di Cristo. Molti potrebbero essere tentati di chiedere perché noi cristiani celebriamo uno strumento di tortura, un segno di sofferenza, di sconfitta e di fallimento. E' vero che la croce esprime tutti questi significati. E tuttavia a causa di colui che è stato innalzato sulla croce per la nostra salvezza, rappresenta anche il definitivo trionfo dell'amore di Dio su tutti i mali del mondo.
Vi è un'antica tradizione che il legno della croce sia stato preso da un albero piantato da Seth, figlio di Adamo, nel luogo dove Adamo fu sepolto. In quello stesso luogo, conosciuto come il Golgota, il luogo del cranio, Seth piantò un seme dall'albero della conoscenza del bene e del male, l'albero che si trovava al centro del giardino dell'Eden. Attraverso la provvidenza di Dio, l'opera del Maligno sarebbe stata sconfitta ritorcendo le sue stesse armi contro di lui.
Ingannato dal serpente, Adamo ha abbandonato la filiale fiducia in Dio ed ha peccato mangiando i frutti dell'unico albero del giardino che gli era stato proibito. Come conseguenza di quel peccato entrarono nel mondo la sofferenza e la morte. I tragici effetti del peccato, e cioè la sofferenza e la morte, divennero del tutto evidenti nella storia dei discendenti di Adamo. Lo vediamo dalla prima lettura di oggi, che fa eco alla caduta e prefigura la redenzione di Cristo.
Come punizione dei propri peccati, il popolo di Israele, mentre languiva nel deserto, venne morso dai serpenti ed avrebbe potuto salvarsi dalla morte solo volgendo lo sguardo al simbolo che Mosè aveva innalzato, prefigurando la croce che avrebbe posto fine al peccato e alla morte una volta per tutte. Vediamo chiaramente che l'uomo non può salvare se stesso dalle conseguenze del proprio peccato. Non può salvare se stesso dalla morte. Soltanto Dio può liberarlo dalla sua schiavitù morale e fisica. E poiché Dio ha amato così tanto il mondo, ha inviato il suo Figlio unigenito non per condannare il mondo – come avrebbe richiesto la giustizia – ma affinché attraverso di Lui il mondo potesse essere salvato. L'unigenito Figlio di Dio avrebbe dovuto essere innalzato come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così che quanti avrebbero rivolto lo sguardo a lui con fede potessero avere la vita.
Il legno della croce divenne lo strumento per la nostra redenzione, proprio come l'albero dal quale era stato tratto aveva originato la caduta dei nostri progenitori. La sofferenza e la morte, che erano conseguenze del peccato, divennero il mezzo stesso attraverso il quale il peccato fu sconfitto. L'agnello innocente fu sacrificato sull'altare della croce, e tuttavia dall'immolazione della vittima scaturì una vita nuova: il potere del maligno fu distrutto dalla potenza dell'amore che sacrifica se stesso.
La croce, pertanto, è qualcosa di più grande e misterioso di quanto a prima vista possa apparire. Indubbiamente è uno strumento di tortura, di sofferenza e di sconfitta, ma allo stesso tempo esprime la completa trasformazione, la definitiva rivincita su questi mali, e questo lo rende il simbolo più eloquente della speranza che il mondo abbia mai visto. Parla a tutti coloro che soffrono – gli oppressi, i malati, i poveri, gli emarginati, le vittime della violenza – ed offre loro la speranza che Dio può trasformare la loro sofferenza in gioia, il loro isolamento in comunione, la loro morte in vita. Offre speranza senza limiti al nostro mondo decaduto.
Ecco perché il mondo ha bisogno della croce. Essa non è semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all'interno della società, ed il suo significato più profondo non ha nulla a che fare con l'imposizione forzata di un credo o di una filosofia. Parla di speranza, parla di amore, parla della vittoria della non violenza sull'oppressione, parla di Dio che innalza gli umili, dà forza ai deboli, fa superare le divisioni, e vincere l'odio con l'amore. Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza, un mondo in cui la tortura e la brutalità rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe sfruttato e l'avidità avrebbe la parola ultima. L'inumanità dell'uomo nei confronti dell'uomo si manifesterebbe in modi ancor più orrendi, e non ci sarebbe la parola fine al cerchio malefico della violenza. Solo la croce vi pone fine. Mentre nessun potere terreno può salvarci dalle conseguenze del nostro peccato, e nessuna potenza terrena può sconfiggere l'ingiustizia sin dalla sua sorgente, tuttavia l'intervento salvifico del nostro Dio misericordioso ha trasformato la realtà del peccato e della morte nel suo opposto. Questo è quanto celebriamo quando diamo gloria alla croce del Redentore. Giustamente sant'Andrea di Creta descrive la croce come "più nobile e preziosa di qualsiasi cosa sulla terra […], poiché in essa e mediante di essa e per essa tutta la ricchezza della nostra salvezza è stata accumulata e a noi restituita" (Oratio X, PG 97, 1018-1019).
Cari fratelli sacerdoti, cari religiosi, cari catechisti, il messaggio della croce è stato affidato a noi, così che possiamo offrire speranza al mondo. Quando proclamiamo Cristo crocifisso, non proclamiamo noi stessi, ma lui. Non offriamo la nostra sapienza al mondo, non parliamo dei nostri propri meriti, ma fungiamo da canali della sua sapienza, del suo amore, dei suoi meriti salvifici. Sappiamo di essere semplicemente dei vasi fatti di creta e, tuttavia, sorprendentemente siamo stati scelti per essere araldi della verità salvifica che il mondo ha bisogno di udire. Non stanchiamoci mai di meravigliarci di fronte alla grazia straordinaria che ci è stata data, non cessiamo mai di riconoscere la nostra indegnità, ma allo stesso tempo sforziamoci sempre di diventare meno indegni della nostra nobile chiamata, in modo da non indebolire mediante i nostri errori e le nostre cadute la credibilità della nostra testimonianza.
In questo Anno Sacerdotale permettetemi di rivolgere una parola speciale ai sacerdoti oggi qui presenti e a quanti si preparano all'ordinazione. Riflettete sulle parole pronunciate al novello sacerdote dal Vescovo, mentre gli presenta il calice e la patena: "Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore".
Mentre proclamiamo la croce di Cristo, cerchiamo sempre di imitare l'amore disinteressato di colui che offrì se stesso per noi sull'altare della croce, di colui che è allo stesso tempo sacerdote e vittima, di colui nella cui persona parliamo ed agiamo quando esercitiamo il ministero ricevuto. Nel riflettere sulle nostre mancanze, sia individualmente sia collettivamente, riconosciamo umilmente di aver meritato il castigo che lui, l'Agnello innocente, ha patito in nostra vece. E se, in accordo con quanto abbiamo meritato, avessimo qualche parte nelle sofferenze di Cristo, rallegriamoci, perché ne avremo una felicità ben più grande quando sarà rivelata la sua gloria.
Nei miei pensieri e nelle mie preghiere mi ricordo in modo speciale dei molti sacerdoti e religiosi del Medio Oriente che stanno sperimentando in questi momenti una particolare chiamata a conformare le proprie vite al mistero della croce del Signore. Dove i cristiani sono in minoranza, dove soffrono privazioni a causa delle tensioni etniche e religiose, molte famiglie prendono la decisione di andare via, e anche i pastori sono tentati di fare lo stesso. In situazioni come queste, tuttavia, un sacerdote, una comunità religiosa, una parrocchia che rimane salda e continua a dar testimonianza a Cristo è un segno straordinario di speranza non solo per i cristiani, ma anche per quanti vivono nella Regione. La loro sola presenza è un'espressione eloquente del Vangelo della pace, della decisione del Buon Pastore di prendersi cura di tutte le pecore, dell'incrollabile impegno della Chiesa al dialogo, alla riconciliazione e all'amorevole accettazione dell'altro. Abbracciando la croce loro offerta, i sacerdoti e i religiosi del Medio Oriente possono realmente irradiare la speranza che è al cuore del mistero che celebriamo nella liturgia odierna.
Rinfranchiamoci con le parole della seconda lettura di oggi, che parla così bene del trionfo riservato a Cristo dopo la morte in croce, un trionfo che siamo invitati a condividere. "Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra" (Fil 2,9-10).
[Sì, amati fratelli e sorelle in Cristo, lungi da noi la gloria che non sia quella nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo (cfr Gal 6,14). Lui è la nostra vita, la nostra salvezza e la nostra risurrezione. Per lui noi siamo stati salvati e resi liberi.]
Un atto di pirateria e di terrorismo internazionale. Un crimine che stavolta risulta impossibile nascondere nell'abituale impunità a cui Israele ci ha tristemente abituati. Già in queste prime ore il mondo si accorge non di un crimine, ma di una storia di crimini ripetuti e giustificati che squarcia il silenzio dei media sull'assedio di Gaza ed ora sul massacro di internazionali che questo assedio volevano semplicemente ricordare al mondo. Anche Pax Christi Italia segue con sconcerto gli aggiornamenti delle notizie che mai avremmo voluto commentare, ma su cui la comunità internazionale dovrà al più presto misurarsi, mentre raccogliamo le scarne notizie degli amici italiani e continuamente aggiorniamo il numero dei morti, insieme alla denuncia della violenza terroristica degli assalitori israeliani sugli internazionali. Freedom Flottilla: 700 pacifisti, giornalisti, personalità religiose e politiche provenienti da tutto il mondo. Pacifisti appartenenti a organizzazioni non governative, al mondo del volontariato e della solidarietà, che hanno rotto l'assedio e l'embargo sulla popolazione di Gaza e chiedevano di portare aiuto a queste vittime che ora esigeranno una precisa risposta delle Nazioni Unite. Chiediamo l'immediata liberazione dei pacifisti arrestati, rottura immediata dell'embargo cominciando dagli aiuti che le navi portavano da ogni parte del mondo. E poi sanzioni economiche e un'inchiesta internazionale per "un crimine che poteva e doveva essere evitato, anche perchè il blocco degli alimenti è totale" -come ci ha detto stamattina il parroco di Gaza padre Jorghe che con la comunità palestinese ci chiede non solo solidarietà, ma giustizia e coraggio nella denuncia.
Vogliamo soprattutto sentir riportare dai nostri media la realtà di un crimine che nessun Paese vorrebbe riconoscere come sua responsabilità. Diecimila tonnellate di aiuti per un milione e mezzo di persone che vivono da anni sotto embargo totale, dopo aver subito e ancora non curato l'orrore e le ferite inferti da operazione Piombo fuso, un anno e mezzo fa.
Mentre gli abitanti di Gaza si preparavano ad accogliere gli internazionali in festa, all'alba di oggi i militari israeliani assaltavano tutte le imbarcazioni del convoglio, a 75 miglia dalla costa israeliana, in acque internazionali, uccidendo e ferendo decine di persone nella nave turca 'Mavi Marmara'. Nelle prossime ore non indugeremo nel convocarci per una pubblica manifestazione a Roma, a Torino e in ogni nostra città. Perchè non ci lasceremo offendere da chi è pronto a stravolgere la verità del massacro parlando di "scontri", mentre assistiamo da anni al colpevole boicottaggio all'esistenza di un intero popolo. Non taceremo insieme a chi spera che il mondo non si accorga della punizione collettiva di cui è responsabile Israele e anche i nostri Paesi. Quale commentatore si chiederà perchè Israele si può permettere ogni violazione del diritto internazionale, anche la pirateria, anche la licenza di uccidere. C'è chi tace e acconsente: gli Usa, l'Europa e gli Stati arabi. Chi permette soprusi e ingiustizie, e li tace, e li giustifica, è ancora più responsabile e colpevole di chi le ingiustizie e le violenze commette.
Pax Christi Italia
31 maggio 2010
Caro don Tonino, faccio sempre il gioco di provare a guardare il mondo mettendomi dal punto di vista delle tue parole, inseguendo il tuo sguardo, inerpicandomi sulle vette delle tue domande rivolte al gregge ma anche ai pastori, smarrendomi lungo le latitudini sconfinate del tuo pensiero di Dio: del Dio che danza sulle gambe dei poveri, che si fa compagno piuttosto che giudice della storia umana, che carezza i perdenti e annuncia la novella di una resurrezione dalla morte, che stringe un nodo potente tra il divino e l’umano, tra il tempo e l’eternità.
Ma penso che i tuoi occhi, a poter vedere in rapida sequenza il film di questi anni cupi che ci separano dalla tua scomparsa, sarebbero abbagliati dalla luce sporca dello scandalo.
Siamo in un punto buio della notte, ci siamo pure persi la sentinella biblica a cui chiedere notizie sull’arrivo di una agognata alba, forse ci siamo abituati alle luci artificiali e il tempo dell’attesa (dell’Avvento) si è come impigliato in un orologio da supermarket: una immensa nube tossica di oblio, di indolente distrazione, di colpevoli amnesie, assedia il nostro presente. Se non conosci il passato, il suo ritmo e la sua fatica, rischi di non imparare il confine tra il bene e il male, rischi di non imparare l’arte difficile del discernimento.
La coniugazione di Sant’Agostino dei tre tempi del presente (il passato del presente, il presente del presente, il futuro del presente) si sfrangia nell’attimo fuggente del vortice consumista. Il futuro è ipotecato dal virus produttivo ed esistenziale della precarietà. Il mondo è globale nelle truffe finanziarie ma è maledettamente territorializzato nelle patrie della purezza etnica o della solidarietà mafiosa e corporativa.
Vedi, don Tonino, io sento nostalgia struggente della tua voce e della tua cosmogonia, perché ho l’impressione che le cose si siano fatte molto più complicate. L’eroe del nostro tempo non è certo quel tuo samaritano o zingaro o beduino che dinanzi a una qualunque vittima (e dunque dinanzi al calvario di Cristo) «lo vide e ne ebbe compassione».
Il sacerdote e il levita che hanno una certa fretta autostradale, lungo la Gerusalemme Gerico della nostra quotidianità, saranno loro i nostri pedagoghi, la nostra fredda cattedra di realismo benpensante. Oggi vincono e convincono quelli che non hanno tempo per occuparsi di vittime, di poveri, di esuberi, di quelle «pietre di scarto» che nel Vangelo saranno le «pietre angolari» dell’edificio della salvezza: quelli che girano lo sguardo da un’altra parte, quelli che fingono di non vedere l’orrore, quelli sono gli eroi di cartapesta del nostro immaginario e della nostra etica pubblica.
Oggi gli afflitti vengono ulteriormente afflitti e i consolati ulteriormente consolati. Sembra un universo capovolto con un dio seriale e mediatico, talvolta usato come un sedativo o magari un eccitante spirituale, come un Internet teologico. La crisi del mondo scopre le proprie carte persino con uno sconosciuto vulcano islandese che, risvegliandosi ed eruttando, con la sua nube premonitrice avvolge l’intera Europa. Non c’è varco che indichi l’intangibilità della vita: l’economia appiccica prezzi e toglie valore alle persone, la mercificazione non ha senso del limite, anche i bambini sono merce-lavoro esposti a qualsivoglia violazione, i vecchi sono delocalizzati dalla finanza domestica e rottamati o esiliati, le donne pagano a prezzo salatissimo la rivendicazione della propria libertà (cioè della propria dignità), torna la stagione degli acchiappafantasmi. Ognuno ha la propria ossessione, il proprio fantasma da esorcizzare.
Torna, come se la storia si fosse del tutto ammutolita, la ruvida antropologia dell’antisemitismo, c’è chi vorrebbe metter su un Ku Klux Klan in versione padana, gli stranieri sono l’extra della nostra umanità, oltre che della nostra comunità: appunto, extra-comunitari. E poi clandestini. Figli di un altro dio, di nessun dio.
La pace di Isaia, il disarmo dei pacifisti, il digiuno che purifica, l’astinenza dall’odio: dov’è tutto questo, carissimo don Tonino? Dov’è la Pasqua della responsabilità sociale e della convivialità culturale? Anche la Chiesa spesso pare più vocata all’autodifesa che non all’annuncio. L’Annuncio, sì carissimo pastore, quello che tu hai saputo incarnare nella ferialità di un amore senza misura («charitas sine modo»): amore capace di giudizio storico, capace di passione civile, capace di condivisione radicale.
Tu sapevi essere la sentinella che annuncia l’alba. E i tuoi scritti, le tue preghiere, le tue sacre sfuriate, la tua dolcezza accogliente, erano fasci di luce che illuminavano i nostri passi. Ti ho scritto questa lettera in tono apocalittico, perché tu mi hai insegnato che bisogna denunciare il male non per stimolare cinismo e rassegnazione, ma per allenare la coscienza alla ricerca del bene, del giusto, del bello. Ora che comincio a misurare l’agenda dei miei ricordi in decenni, ora che mi capita di avere più confidenza con la tristezza dei lutti, ora sento più forte la tua voce (quella tua salentinità planetaria) che ci dice di rallegrarci, di saper scorgere il profilo dell’aurora anche quando ci si senta sprofondati nel buio degli abissi. Don Tonino, la tua santità continua a dare luce e calore. A me, a tanti. Sempre ci accoglie la tua ala di riserva.
I saluti e i ringraziamenti
Io prendo responsabilità in mezzo a voi, ma molti prima di me hanno dato vita a Pax Christi negli anni; vi sono nomi noti e si tratta dei vescovi presidenti: Mons. Bettazzi, Mons. Tonino Bello, Mons. Bona, Mons. Valentinetti. Vi sono poi molte altre persone che, sul territorio o nelle responsabilità centrali, hanno dato il loro impegno, con gesti, con presenza, con collaborazioni. Tutti si sentano ricordati e tutti di cuore ringrazio mentre inizio la mia attività nell’Assemblea Nazionale..
La nomina recente e assegnata nel momento in cui il nuovo Consiglio Nazionale poneva i primi passi, mi consente il vantaggio di dirvi: ci conosceremo cammin facendo. Ciò che mi è sufficiente dire ora è
anzitutto la mia piena disponibilità ad ascoltare e a collaborare nella costruzione del movimento, per quanto mi è dato di capire e di avere competenze.
Inoltre il mio entusiasmo per questo servizio che mi è stato chiesto dalla Chiesa che è in Italia. La sensibilità di PX, le tematiche che il nostro gruppo rende presente a livello sociale ed ecclesiale, sono aspetti che mi appaiono essenziali per una buona vita di Chiesa, e per questo sono grato al Signore di poter camminare con voi.
Non mi nascondo che portare il nome e l’eredità di PX ci impegna ad una responsabilità nei confronti della pace, intesa come dono e come segno. Sosteniamo dunque insieme la fatica di rendere presente, almeno nei segni, questo inestimabile dono di Dio agli uomini, questo preciso impegno che nasce dalla nostra fede cristiana.
1. Le dimensioni della pace e le sue radici.
Negli appunti di una conferenza tenuta nella primavera del 1991, intitolata “Dopo la tragedia del Golfo”, don Tonino Bello parla della sua sofferenza per ciò che gli appare come una sconfitta della non violenza e si esprime così: Pensavo che certe idee fossero state metabolizzate dalla coscienza pubblica, ed ecco che le forze del male rilegittimano la guerra che sembrava espulsa dalla storia come strumento per far politica… Ma la guerra del Golfo, con la sua retorica bellicista, ha messo in luce l’esatto contrario. Io credo che l’ostacolo più grosso alla nonviolenza sia costituito dalla caduta del marchio che garantiva l’origine controllata del suo prodotto. Che è l’origine evangelica.
Con il suo tipico genere comunicativo, attraverso immagini e metafore, egli, in quel momento difficile del passaggio tra la crisi del Golfo e la tragedia dell’arrivo degli albanesi sulle coste della Puglia, traccia una sorta di bilancio che anche oggi ci stimola e ci illumina. Anche oggi come allora noi siamo interpellati da una domanda che sorge dal cuore: come vivere oggi la promessa di pace che sta al centro del Vangelo?
Ho citato una frase di don Tonino formulata in quel preciso momento della sua vita in cui stava per verificarsi la crisi dell’ingresso in massa degli albanesi in Italia. In quella circostanza, come ricordano i meno giovani, ci furono reazioni e comportamenti di contrasto all’emergenza, segnati dal pressapochismo e dalla mancanza di rispetto per le persone. Mi è sembrato utile ritornare a quei giorni perché il nostro incontro di oggi propone come oggetto di riflessione proprio il comportamento della gente e delle istituzioni - anche politiche - nei confronti del pluralismo culturale e delle persone appartenenti ad altre etnie e fedi.
Pax Christi dunque, che di solito si pone su orizzonti internazionali e di conflitti aperti, vuole in questa sua tappa soffermarsi sui possibili germi di conflitto e di contrasto che si annidano nelle nostre comunità civili e religiose. Abbandoniamo per questa ragione il consueto attento vigilare sul tema del conflitto, sul tema delle armi, sul tema dei diritti negati? No; ci è parso importante prendere insieme coscienza che il cammino verso la pace deve misurarsi anche con una situazione italiana nella quale la nuova parola d’ordine ‘sicurezza’ sembra far dimenticare ogni pratica di incontro, di confronto, di dialogo, dunque ogni dimensione della vita rivolta a costruire la pace.
Il traguardo che un movimento come Pax Christi si pone non è tanto o solo la pur doverosa disapprovazione di iniziative o leggi discriminatorie, quanto piuttosto una educazione cristiana e sociale che faccia crescere una mentalità di accoglienza, di rispetto, di reciproca stima.
a) Credere al Dio che si rivela nella storia.
Il punto di partenza che muove la nostra attività, e anche la mia riflessione con voi, è la dimensione evangelica della pace. Per noi credenti la parola ‘pace’ è descrizione di una condizione di vita anzitutto personale e poi sociale. La pace è annuncio del Cristo risorto ed è promessa che il credente porta in ogni casa che visita (Luca 10,5-6).
La nostra fede nel futuro della pace, come dono e responsabilità, non è un sogno bello ma sempre inconsistente, una buona ma vaga utopia. Per noi la pace deve trovare segni concreti, è esperienza che va seminata nelle pieghe della storia quotidiana, infatti noi crediamo nel Dio della storia, nel Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe, come ha voluto farsi chiamare per identificare se stesso e affermare che la sua opera si realizza nella storia concreta degli uomini; allo stesso modo crediamo nel Dio che si è fatto conoscere come il Dio della Pace. Così lo chiama Paolo di Tarso (Filippesi 4,9) e per questa ragione noi siamo impegnati con il Dio di Gesù Cristo a porre i segni della pace nella vicenda quotidiana delle persone e delle comunità.
b) La dimensione ecclesiale della pace: una comunità riconciliata.
Noi sappiamo che la Chiesa possiede il Cristo, ma non ne esaurisce la presenza nel mondo; essa non è il Regno di Dio ma del Regno è solo il germe, il segno presente nella storia. Nella Chiesa continua, in ogni ora e in ogni angolo della terra, il racconto straordinario del dialogo di Dio con l’uomo. La storia vera della Chiesa rende visibili e incontrabili i segni della pace, per la quale il Figlio di Dio ha dato la vita e che ci è stata recata nel Dono dello Spirito santo, il mattino della Pasqua.
Parlavo della vera storia della Chiesa perché le caratteristiche descritte dalle beatitudini sono presenti nella comunità cristiana; chiunque di noi sa che attraverso la vita di cristiani conosciuti o anonimi, il Regno e le sue caratteristiche, tra le quali la pace, si manifestano nella concretezza di un perdono concesso, di una generosità verso chi ha fatto soffrire, di pazienti dialoghi aperti all’incontro e alla collaborazione.
Nella Chiesa infatti, in grazia dello Spirito del Figlio, i credenti imparano a servire e non a dominare, e nella scuola del reciproco servizio le persone apprendono e fanno esperienza del vivere in pace con se stesse, con gli altri, con lo straniero e naturalmente con Dio. Si tratta di un apprendistato che avviene attraverso il dono dell’amore reciproco, un amore che si attua nel servizio. Così si vive l’attenzione e il rispetto per ciascuno, si vive imparando dal Vangelo di Gesù, nutrendoci dell’Eucaristia e rinnovando la vita a partire dal perdono donato e ricevuto.
c) La dimensione culturale e politica della pace.
La promozione della pace assicura in certo modo la costruzione di una società al cui interno si superano i rapporti di forza e si sviluppano rapporti di collaborazione in vista del bene comune.
1. Intendo ora richiamare nove principi che costituiscono un indice di problemi. Occorre tenerli presenti perché la costruzione della pace abbia inizio e sostegno nel tessuto stesso del vivere sociale..
Ne enuncio nove; il decimo può essere cercato da ciascuno di voi!
La pace è un traguardo e un obiettivo, mai una condizione data e compiutamente acquisita. Essa è semmai un processo intessuto di incontri, confronti, conflitti. Questo ci suggeriscono il realismo cristiano e l’esperienza storica. L’ingenuo, illuministico ottimismo progressista per il quale la pace è frutto dello sviluppo della cultura o della scienza, non è un buon consigliere.
La pace ha un prezzo, non è mai gratis, esige sempre che ci si interroghi, come singoli e come comunità, su quale sia il prezzo che siamo disposti a pagare per il suo conseguimento, su quale sia l’entità del nostro contributo e del nostro sacrificio.
La giustizia è condizione per la pace (“opus justitiae pax”): non si dà pace laddove sono conculcati i diritti fondamentali delle persone, delle comunità, dei popoli, laddove non sia dato a tutti e a ciascuno ciò che gli è dovuto.
Occorre perseguire la legalità per operare per la pace; nel mondo storico che ci è dato di vivere, solo le regole sulle quali si regge una comunità possono scongiurare la prevaricazione dei forti e dunque la legge della giungla. La cultura della legalità e il senso-valore delle leggi sono parte integrante di una matura coscienza di pace.
Promoviamo la tensione all’uguaglianza sostanziale. La retorica del merito e della competizione hanno oscurato l’impegno egualitario, anche in quei settori politici e di opinione un tempo sensibili ad esso. Al più ci si propone l’obiettivo dell’uguaglianza dei punti di partenza. E chi non ce la fa? Come si può confidare nella pace sociale quando larghe masse di diseredati non hanno di che vivere alla periferia del mondo e ora anche alla periferia delle nostre città?
Occorre considerare la democrazia come regime politico più congeniale alla pace. Di più: la democrazia si fonda proprio sul proposito di sostituire lo scontro per il potere con la competizione per il governo. Una competizione che nasce dal confronto razionalizzato, disciplinato da procedure e regole (a cominciare da quella della maggioranza) concordate proprio al fine di scongiurare lo scontro cruento e la guerra.
Attenzione alla coerenza nel rapporto tra mezzi e fine che noi poniamo all’azione politica: il bene comune della pace. Non si può consentire alla tesi secondo la quale la pace può essere conseguita con ogni mezzo. Intanto è assai dubbio che si tratti di pace. Più facilmente si tratta di forzosa compressione del conflitto. Si è detto della democrazia come regime più conforme alla pace, ma abbiamo imparato che essa non può essere esportata sulle ali della guerra. Un mezzo che manifestamente contraddice il fine.
Ci sono le istituzioni della pace. Soprattutto le istituzioni sovranazionali. Pur con tutti i loro limiti esse sono uno strumento prezioso quando concorrono a un “governo del mondo” ispirato al bene comune universale, quando evocano il superamento del dogma della sovranità (e della volontà di potenza) degli Stati nazionali, quando concorrono a disegnare un mondo multipolare. Qui si misura la lungimiranza dei padri costituenti e dell’art. 11 della Costituzione, con il suo perentorio rifiuto della guerra e, contestualmente, l’impegno a cedere quote della nostra sovranità nazionale alle organizzazioni internazionali che mirano alla sicurezza e alla pace.
La pace è da ripristinare o da mantenere. Dobbiamo condurre avanti la riflessione cristiana sul tema dell’ “ingerenza umanitaria”. Vigilando su chi ne dà un’interpretazione estensiva e impropria, quasi che essa autorizzi forme più o meno mascherate di imperialismo o di nuovo colonialismo, ma anche affinando i criteri, le procedure e i limiti degli interventi legittimi e talvolta doverosi della comunità internazionale, tesi a disarmare l’ingiusto aggressore e a porre efficace rimedio ai genocidi.
La cifra della paura: il sottile veleno immesso nella vita civile.
Tra le molteplici chiavi di lettura del nostro tempo, della cultura e della società ai fini della riflessione sulla pace, quello della paura è tra i più appropriati. Una cifra sintetica, quella della paura, che può essere declinata in varie direzioni e che si manifesta in vario modo: paura del futuro avvertito come cupo e minaccioso, anziché come orizzonte di speranza; paura di essere privati della sicurezza e del relativo benessere acquisiti; paura del diverso, che oggi assume soprattutto il volto dell’immigrato.
La paura alimenta non già l’amicizia civile, ma il suo contrario: il circolo vizioso amico-nemico. La paura non nutre il dialogo, ma l’arroccamento identitario. E’ il timore indistinto e generico che spesso si avvale del ricorso strumentale alla religione - e specificamente alla tradizione cattolica come fattore di separazione e opposizione. L’insicurezza ispira non politiche di coesione e di integrazione sociale, ma politiche di esclusione che pagano politicamente ed elettoralmente. Vi sono forze politiche che operano come veri e propri “imprenditori della paura”, che su di essa investono e realizzano grandi profitti.
2. Le condizioni culturali e politiche nelle quali oggi viviamo. Difficoltà e risorse rispetto ad
una società riconciliata e che cerca la pace.
Nel costruire la città vi è di più che non la semplice volontà dei cittadini che cercano il vantaggio della collaborazione, anche se… Con la benedizione degli uomini retti si innalza una città, come afferma un bel detto del Siracide. Dunque occorre la decisione di tutti o almeno della maggioranza perché si instauri un buon governo; e il consenso non basta perché una città possa crescere e svilupparsi, tanto che lo stesso autore biblico afferma… una città prospera per il senno dei capi... (Siracide 10,3).
Determinante è un valore presente nella vita dei cittadini, ed è l’amicizia verso la città nel suo insieme. Questa affermazione non sembri un poco ingenua, magari frutto del ‘buonismo’ talvolta attributo ai cattolici. In realtà questa intuizione viene da lontano. «Già Platone stabiliva un’equivalenza tra l’amicizia e la concordia che fa prosperare la città. E Aristotele osa affermare che “il punto più alto della giustizia sembra appartenere alla natura dell’amicizia” (Etica a Nicomaco, VIII,1.1155a), descrivendo l’amicizia come quel bene senza del quale “nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni” (ib. VIII, 1155a, 1-6); egli dà a questo bene un significato politico, affermando che tutte “le comunità sono manifestamente parti di quella politica e le specie singole di amicizia corrispondono alle specie particolari di comunità” (ib. 1160a 27 ss)» (C.M. Martini, Il Padre di tutti, pag. 276, ed. Edb).
L’amicizia politica infatti non è solo una virtù diremmo così “privata”, ma descrive la tendenza degli uomini ad accogliere coloro che sono più vicini, traducendo in concreto l’amore umano contenuto nel più universale principio “non fare all’altro ciò che non vuoi sia fatto a te”. Tuttavia parliamo dell’amicizia verso la città perché vogliamo distinguere l’amicizia politica dal legame viscerale di razza o di stirpe. Anch’esso sta alla base dell’amicizia, ma l’amicizia verso la città è la forma più matura e piena di quella radice profonda e in certo senso primitiva che è il legame di sangue.
Una seconda dimensione dell’amicizia verso la città è la scelta di coltivare relazioni tra le persone. E’ ovvio che in una città vi sono ceti, professioni, interessi di lavoro o interessi politici che suddividono la società. Oggi poi vi sono anche etnie varie e religioni diverse. E’ importante che la differenza non generi stratificazioni fra i cittadini, gruppi senza comunicazione. E’ impegno di tutti coloro che vogliono avere amicizia per la città saper attraversare gli invisibili confini del proprio gruppo di appartenenza e coltivare in sé la volontà di incontro con l’altro. Desideriamo tutti, per il dono della sapienza di Dio o per la saggezza guadagnata dalla propria esperienza, di sviluppare linguaggi capaci di attuare un confronto continuo, un dialogo rinnovato che ha magari anche luoghi deputati per realizzarsi, ma che soprattutto sia esercitato da ciascuno. Ci viene spesso ripetuto in questi anni che per lo sviluppo di una società occorre creare occasione di comunicazione tra il lavoro e la ricerca, i luoghi della sofferenza e del tempo libero, le carceri e la società ordinaria, i luoghi della cultura e la gente comune. Se ciascuno fa la sua parte, si costruisce un tessuto più omogeneo nella città.
Per camminare nella direzione di una rinnovata amicizia nei confronti della città, occorre imparare ogni giorno a rinnovare in noi stessi le buone ragioni di una convivenza sociale. Essa si nutre anche di un auspicabile senso di appartenenza che fa amare il luogo in cui viviamo, lavoriamo, studiamo. Questo modo di guardare alla città richiede la capacità di riconoscere i fini e i valori del convivere in una città e comporta la scelta di non avere preconcetti nei confronti dell’altro. Si tratta di educare in noi un pregiudizio positivo a proposito di ogni altro cittadino, persuasi che uno stimolo buono, adatto a favorire la crescita di ogni persona e a far maturare uno stile di cittadinanza affidabile, stia proprio nella stima che il singolo avverte e sperimenta da parte degli altri.
Si tratta, per avere amicizia per la città, di attuare uno sforzo condiviso di intelligenza e comprensione comune. Ciò è possibile se vi è volontà di dialogo e non di contrapposizione. Occorre costruire sempre dei consensi, trovare luoghi di incontro, favorire momenti di confronto. Ci è molto utile una dose di sapiente pragmatismo che aiuti a scegliere ciò che in concreto è più utile alla vita di tutti.
Le scelte di attenzione all’altro, di riflessione e di dialogo si rivelano oggi particolarmente importanti per quanto riguarda la conquista di un consenso sociale nel rapporto tra noi italiani e gli immigrati. La prima chiarezza che è utile avere e condividere ha a che fare con l’idea e l’esperienza della ospitalità. Ospitare infatti è sempre una scelta, anche se ci si trova di fronte al fatto che uno arrivi in casa tua. Diamo voce ad un antico vescovo di Milano che insegna: “scegliersi l’ospite è un avvilire l’ospitalità” (S.Ambrogio). Vi sono casi in cui si sceglie la persona da accogliere, ma realizza più pienamente la dimensione dell’ospitalità colui che si trova nella condizione di vivere l’ospitalità perché ha scelto di porsi con libertà e con fraternità di fronte al fatto che si trova in casa sua un ospite.
Questa è oggi la nostra condizione, infatti giungono presso di noi persone che vengono dall’estero, talvolta non invitate, talaltra richieste da necessità sociali che domandano lavoratori da altre nazioni e culture. Come la storia insegna, quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri, ma sono i poveri ad andare dove è il pane. E’ questa umanissima legge di sopravvivenza che occorre riconoscere e davanti alla quale stare, attrezzandoci a difendere la nostra come l’altrui dignità.
Siamo anche persuasi che nella città si vive l’inclusione; nella storia dell’uomo questa è appunto la caratteristica tipica della forma cittadina di vivere, perché i nuovi venuti decidono di abitare nella città per scambiare beni e addurre servizi richiesti. Il punto di riferimento in sede civile di una popolazione che si incontra ed ha caratteristiche diverse, adatte allo scambio, è la costruzione della concordia; con essa ci si prende cura di realizzare un programma comune con tutti e non solo con i propri simili.
Come avviene per ogni altra forma di ospitalità, si tratta di vivere una accettazione che non sia subita da parte dell’ospitante, ma al contrario sia capace di riconoscere le diversità tra noi e l’ospite e di attrezzarsi al reciproco confronto per avviare un comune aiuto e una crescita nella maturità umana. Certo un atteggiamento di questo tipo suppone che coloro che ricevono siano forti della propria identità. L’ospitalità non può essere dissennata, cioè priva di attenzione per le persone e la loro situazione di vita. La dimensione della accoglienza va compresa e va messo pure in conto che non è spontaneo riconoscere gli aspetti positivi delle nuove presenze, come le risorse culturali e religiose di cui esse sono portatrici. E’ anzi immediato l’insorgere di un istintivo senso di estraneità rispetto a chi è straniero. Ma un fondamento di autentica umanità ci aiuta a riconoscere che ogni uomo è portatore di quella dignità che io pure sento di avere ed è giusto rispondere alle esigenze che anch’io desidero colmare, perché in caso contrario risulta compromesso il rispetto stesso che nutro per la mia umanità oltre che per la vita dell’altro.
3. Le attenzioni di Pax Christi.
E’ necessario proporre sempre da capo il tema della pace promessa da Cristo, secondo la rilettura che Egli a Nazaret dà della parola del profeta Isaia: “Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore. Poi arrotolò il volume, lo consegnò all'inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Luca 4,16-21).
Il Signore Gesù presenta, in questo modo, la sua vita come aperta a un compito che va al di là di Lui stesso, Egli presenta un progetto il cui centro non è Lui, pur essendo egli il Signore. E un tale modo di affrontare il problema della pace diventa prassi di vita per ciascuno di noi: la nostra passione sia la pace come dono di Dio, come speranza per l’uomo; la ricerca della pace non è il centrare su noi stessi o su strategie di alleanze l’azione del gruppo o del movimento.
Ancora, secondo la descrizione fornita dal profeta Isaia, la vita di colui che porta la pace è chiamata a quattro scelte fondamentali, che illustrano bene il senso della dedizione personale all’annuncio:
portare il vangelo ai poveri,
fasciare i cuori spezzati,
proclamare la libertà per gli schiavi, la scarcerazione ai prigionieri,
promulgare l’anno di misericordia del Signore.
La pace dunque è testimoniata dal dono di sé.
Nella seconda parte del testo del profeta Isaia (61,2c-3): … per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell'abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto”, si parla di una vita fatta per
consolare,
allietare,
dare una corona invece di cenere, olio di letizia invece dell’abito di lutto, canto di lode invece di un cuore mesto.
Sono tre per che qualificano una vita per la gioia e il conforto degli altri. Il punto di interesse è l’uomo, il fratello.
Ci chiediamo quale nuova coscienza di sé, quali nuovi criteri di comprensione generi nel credente questa vita indirizzata a e vissuta per. Leggiamo la risposta nella seconda lettera ai Corinzi (2 Cor 4,1-2): questa vita genera una coscienza libera dalla paura e dai compromessi, proprio perché non si tratta più della propria realizzazione personale: Non ci perdiamo d’animo; ci presentiamo con umiltà e semplicità davanti a tutti. Infatti non si tratta di noi, non predichiamo noi stessi: Noi non siamo che vostri servitori per amore di Gesù!
Non è la nostra causa ma la causa di Cristo, la causa del Regno. Siamo liberi da ogni preoccupazione di successo o insuccesso personale, perché il problema è il suo e noi siamo servitori per voi.
Tre conseguenze dalla breve lectio che vi ho proposto:
a) il lavoro, per essere persone di pace, è da compiere su se stessi; è impegno spirituale di chiarezza su noi stessi, di trasparenza da realizzare a proposito delle nostre attese, delle nostre emozioni, delle mete che diamo alla nostra vita. Chiediamo a noi stessi una vigilanza quotidiana e critica a proposito della nostra trasparenza alla luce del Vangelo.
b) attenzione alla comunità cristiana come luogo nel quale inizia l’educazione ad ogni atteggiamento di riconciliazione e di pace. Nella Chiesa infatti è oggi posto dal Signore l’inizio del Regno e nei segni sacramentali noi incontriamo le forze necessarie per divenire testimoni della pace di Cristo.
c) attenzione alla comunità civile: siamo chiamati a incontrare quanti operano per la riconciliazione e la pace. Anzitutto occorre confrontarci con avvertenza critica e con strumenti di conoscenza adatti, con quanti non leggono la realtà in termini di realismo e di futuro, e si accontentano di un presente falso e ingannatore nel quale la guerra sarebbe strumento di pace. E’ più produttiva la pace o la guerra, il confronto o lo scontro, la mitezza o la violenza? In questo campo, come in tutti gli aspetti centrali della vita, non c’è via di mezzo.
Poi imparare a camminare con chi opera per la pace e non ha la nostra ispirazione di fede.
Conclusioni. Piste di lavoro che mi stanno a cuore.
a) E’ per noi indispensabile la proposta spirituale che fonda l’esperienza della pace. Ciascuno ne ritrovi le fonti e rinnovi la propria disponibilità a camminare per le strade della preghiera, della riflessione e così trovi sulla Parola e sulla teologia la forza di operare il dono di sé agli altri.
b) Ci sono necessari itinerari educativi che conducano a riconoscere la fecondità della proposta della pace. Come prima richiesta di questo incontro tra me e voi, vorrei porre proprio la questione della formazione. Vorrei sognare con voi che sia possibile, dopo opportuna preparazione, vivere una convenzione dei formatori, un patto tra animatori che ci consenta di raccogliere tradizioni ed esperienze di PX Italia e Internazionale, per riflettere sulla formazione alla pace e alla non violenza. Proponiamoci di dare concretezza ad un itinerario educativo che conduca ciascuno di noi, e quanti ci vorranno accompagnare, ad imparare realmente quali sono gli atteggiamenti, le scelte personali, i punti di riferimento sociale, i valori ecclesiali che costruiscono un popolo della pace.
Questo primo passo sarà premessa necessaria per un secondo passo: promuovere la stesura di sussidiazioni adatte a comunità giovanili e a scuole, soprattutto elementari e medie, che facciano crescere coscienze sensibili al tema della pace e facciano sperimentare pratiche di dialogo, di collaborazione, di confronto.
c) Consideriamo importante che vi sia una presenza di PX e dei suoi aderenti nella comunità cristiana; la strada può essere lunga e chiedere pazienza, ma è indispensabile che nelle parrocchie e nelle diocesi vi sia un concreto impegno per la pace. In particolare chiedo la tenacia di sostenere la vivacità, o la costituzione, delle Commissioni Justitia et Pax, nelle parrocchie e nelle diocesi; esse trovano un modello possibile in quanto fu proposto su questo tema da Paolo VI ed è attualmente presente presso la Santa Sede.
d) Confronto con le esperienze culturali e politiche attente alla pace. Vi è da coltivare una dimensione di testimonianza nei confronti di chi condivide con noi l’impegno per la pace e non ha il dono della fede.
e) Punto di partenza è la maggiore connessione tra di noi. Vivremo già oggi pomeriggio un incontro importante, riflettendo insieme sulle macro-aree. Occorre anche un pensare insieme, favorito dal foglio di collegamento e dalla bella rivista Mosaico di Pace. Indispensabile è la vivacità e la responsabile azione dei Punti Pace, in riferimento a Pax Christi nazionale.
Siamo persuasi che la beatitudine promessa dal Signore ai cercatori di pace è la grande meta a cui siamo chiamati, e che ci è dato conseguirla già ora almeno come umili cercatori dei segni della giustizia, della verità, della dignità di ogni persona.
È pesante come un macigno la triste verità che emerge dai recenti avvenimenti che coinvolgono la Chiesa cattolica, in particolare in alcune nazioni. Perché su un tema così scabroso affiorano vecchie politiche di silenzio delle gerarchie, coniugate a modalità omertose e spesso ipocrite. Siamo noi tutti, Chiesa, a pagarne il prezzo più alto. Perché la polvere sotto i tappeti prima o poi emana il suo fetore e si aggravano le responsabilità di chi non ha avuto il coraggio di compiere scelte, doverose e necessarie, di rottura e di legalità, al momento opportuno e senza esitazioni. Scelte di denuncia dei responsabili all’autorità giudiziaria, di punizione dei colpevoli, di risarcimento delle vittime e delle loro famiglie. Scelte di trasparenza e di “riparazione” delle ferite del corpo e dell’anima delle persone offese.
Perché le persone, tutte, valgono. Ma i bambini ancora di più. Essi sono il volto innocente e pulito di questa nostra contraddittoria umanità. Eppure, molti, troppi di questi bambini sono stati violati. Doppiamente violati, dall’abuso e dal suo sottacerlo. Proprio nei luoghi massimamente eletti per la loro formazione. Luoghi religiosi, di culto. Di affidamento a una speciale responsabilità e cura. Nei quali ha finito per prevalere un’irresponsabile politica di silenzio e di segretezza.
Qualcosa si è incrinato. è tempo di rompere il silenzio, di far tesoro di questo inciampo e di cambiare non solo su reati ripugnanti come la pedofilia. Le strade di censura e di “prudenziali omissioni” rivelano tutta la loro fallibilità. La lezione è dura, ma inequivocabile, in questo senso. Per aprire una riflessione autentica è necessario, prima di tutto, accogliere con maturità le critiche anche sofferte che provengono da più parti e non nascondersi dietro tesi autoassolutorie – “certo ci sono pedofili nella Chiesa,
ma fuori ancor di più” – o teorie politiche e complottarde – “chi sta dietro a questo attacco alla Chiesa?”.
C’è un grande bisogno di trasparenza in questa nostra Chiesa, di dialogo e confronto, di ascolto e compartecipazione su tutti i temi
cruciali del nostro tempo: dalla sessualità alla bioetica, dalle scelte finanziarie agli stili di vita, dal sacerdozio al celibato. La lista è lunga. Forse, in questo nostro tempo complesso e opaco, la Chiesa dovrebbe pensare a un serio rinnovamento. È tempo di ritessere le maglie sfilacciate di questa comunità ecclesiale smarrita dinanzi a simili scenari, a volte succube di ordini accettati senza diritto di replica. È opportuno riscoprire una Chiesa “femminile”, materna, accogliente, capace di compartire i bisogni, spesso inespressi, di un’umanità dolorante. Una Chiesa che riparta dalla corporeità perché sede dello Spirito e quindi sacra. Perché bella e inviolabile. Con occhi di donna, la Chiesa può riscoprire l’abbraccio. Una Chiesa che sappia far nuovo tesoro della sua lunga frequentazione dell’umanità. Forse si potrebbe ripartire proprio da una Chiesa dal volto umano. Non infallibile, ma capace di riconoscere e ripartire dalla propria fallibilità. Non forte della presunzione di dettar regole morali su ogni fronte, ma umile e vicina agli umili. Non rinchiusa nei recinti, serrati, del protezionismo della “famiglia” presbiterale, ma aperta ai venti dell’amore e della comprensione. Una Chiesa capace di ritrovare rigore e credibilità di fronte a tutte le violazioni evidenti della vita umana e del creato – la distruzione del pianeta, l’impoverimento della popolazione del mondo, le crescenti disuguaglianze, la guerra, le violenze di ogni genere, le ingiustizie fiscali, i reati finanziari– ma capace anche di riflettere sulle proprie strutture, sul proprio potere, sulle proprie umane contraddizioni, sugli anticorpi che servono per praticare con amore i luoghi di confine che – spesso con coraggio – si trova ad abitare. Una Chiesa capace di rinunciare alla propria potenza mondana e di usare l’unico potere lecito, il servizio.
Una Chiesa libera. Perché fondata sulla Verità.
da Mosaico di Pace - Aprile 2010